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AVVISI IMPORTANTI 1) Questa è la storia vera di un parto ai confini della fisiologia, quasi interamente non assistito. Ai confini sia per la durata della gravidanza (42 + 1), sia per un intervallo di circa 80 ore fra la rottura delle acque e l'avvio spontaneo del travaglio, sia anche perché la gravidanza, dopo un'ultima visita a 30 settimane, è stata unassisted. Abbiamo cominciato il travaglio senza neppure sapere con certezza come fosse messo il bambino. Alcune nostre decisioni sono medicalmente discutibili e non garantisco che diano gli stessi risultati in altre circostanze. Non siamo medici, ho consigliato mia moglie di fare quello che mi sembrava giusto, sapendo che però poteva andare male. Mia moglie mi ha seguito, si è fidata di me. Ci è andata bene, ma poteva anche finire tragicamente. Chiunque legga queste righe, prima di adattarle alla propria condizione, deve ovviamente informarsi sui rischi che corre, se è disposto a correrli e, soprattutto, deve informarsi tantissimo in genere su tutto ciò che ha a che fare con la gravidanza. Non scrivo questo racconto per fare seguaci, ma per far vedere come una persona "normale" può arrivare a credere che un parto non assistito anche dopo un cesareo possa essere la via giusta per sé e per il bimbo e come, poi, quest'idea possa essere messa in pratica. Insomma: usate le informazioni scritte qui a rischio e pericolo di vostra moglie e del figlio in arrivo. 2) Questa storia è scritta da un uomo, qui in questo forum forse sono il primo uomo a scrivere un racconto di parto..., probabilmente tralascerò cose che per una donna sono essenziali. L'uomo ha ovviamente un altro ruolo ed un altro punto di vista nella nascita. Segretamente spero infatti che questo racconto possa essere letto anche da futuri papà. 3) Il racconto è LUUUUUUNGO! Scusate, sono prolisso! Ma scrivere serve anche a me per fissare nero su bianco nove mesi di una lotta continua contro tutti. Quando Francesco sarà grande potrà leggere quello che ha fatto suo papà per farlo uscire dalla parte giusta.
SCHEDA SINTETICA DEL PARTO Tipo di parto: vaginale dopo cesareo (vbac) Luogo e data: Genova, 22 agosto 2008, ore 2.20 Settimane di gestazione: 42 + 1, dpp 7 agosto 2008 Età della partoriente: 30 Ospedale: S. Martino (GE) Epidurale: no Episiotomia: no Lacerazioni: no Pratiche non naturali: secondamento forzato, clampaggio immediato. Rooming in: totale, solo un'ora al nido durante l'orario di visita generale. Durata del travaglio attivo: 15 ore Luogo del parto: a casa fino alla fase espulsiva, in ambulanza e ospedale dopo. Note particolari: - cesareo (uno) circa 3 anni prima - rottura delle acque spontanea 80 ore prima del travaglio - partoriente con blocco al cuore completo congenito - travaglio non assistito - gravidanza non assistita dalla trentesima in poi. ---------------------------------------------------
PROLOGO Per raccontare il secondo parto è bene ripercorrere il primo a grandi linee: c'è il suo racconto nei parti non naturali ma qui faccio un sunto delle cose essenziali. Andammo in ospedale (Chieri, To) il 28 ottobre 2004, con le acque rotte. Aspettarono circa 20 ore ma il travaglio non si avviava. Diedero ossitocina ad Elisa e, dopo pochi minuti, le dissero che la bimba soffriva e che bisognava fare un cesareo. A questo né io né Elisa eravamo preparati. Al corso pre parto ci avevano detto che la percentuale dei cesarei in Piemonte è intorno al 30%, ma, chissà perché, pensavo di esserne dispensato non pensando che 30% vuol dire 1 su 3, non 1 su 30... e quindi un evento da tenere in considerazione come altamente probabile. Questo primo cesareo, forse, fu dovuto anche 0alla poca fiducia che aveva la famiglia di mia moglie verso di lei. Mia moglie ha un blocco completo al cuore, non supera gli 80 battiti al minuto e, pur conducendo una vita normale, è sempre stata, da bambina in poi, controllata (anche troppo).
IL CONCEPIMENTO DEL SECONDO Non è stato cercato come Maria. Il primo novembre 2007 mia moglie ebbe la sua ultima mestruazione. Due giorni dopo mio nonno morì all'improvviso. Di solito mia moglie è un orologio svizzero con le mestruazioni ed ovulazioni, quel mese, però, con lo stress del funerale, dei parenti che andavano e venivano, probabilmente qualcosa non andò come al solito... A fine novembre non ritornò il ciclo... Quindi, fin dall'inizio, considerammo questa seconda gravidanza come un "doppio" dono, un dono perché un bimbo è sempre un dono, ed un altro dono come se il Cielo avesse voluto ripagarci della perdita del nonno, o qualcosa del genere. Questo concetto, del bambino frutto di un dono, sarà poi presente negli ultimi giorni della gravidanza.
IL VBAC POSSIBILE Quando, giusto per parlare, con Elisa pensavamo ad un secondo figlio, si parlava anche della possibilità di ritentare un parto vaginale. Io avevo visto questa possibilità in rete e mi sembrava una cosa bella. All'epoca non conoscevo la lista di parto naturale, tutte le mie informazioni erano da siti inglesi. Elisa un po' era d'accordo, un po' no. Non tanto perché aveva paura, quanto perché lei tende a non andare controcorrente. Se tutte fanno un cesareo dopo un cesareo le sembrava non conveniente opporsi alla consuetudine.
L'INCONTRO CON PARTO NATURALE Appena la gravidanza divenne certa cominciai a pensare a come poter "convincere" Elisa che un VBAC per lei poteva essere possibile. Non vorrei che pensiate che io volessi decidere al posto suo, diciamo che il mio scopo era almeno metterla di fronte al dubbio, piantare un seme... La conditio sine qua non per poter convincere Elisa era quella di trovare dei siti italiani che parlassero di VBAC. Potevo anche trovare, infatti, 10.000 pagine in inglese che non l'avrei smossa di un millimetro, perché lei mi diceva: "Sì, ma in Italia è diverso, quelle donne son tutte straniere, qui non si usa..." Cominciai allora a cercare materiale in Italiano e fu così che scoprii, a dicembre 2007, la lista yahoo di Parto Naturale. Purtroppo bisognava iscriversi per leggere i messaggi... ed io sono uomo... potevo fingermi donna ma non lo feci, preferii presentarmi e dire la verità. Il mio scopo era solo quello di avere accesso all'archivio dei messaggi passati ed ai racconti di parto. Questi ultimi, principalmente, furono la miniera preziosa che cercavo: ogni sera, quando Maria era a letto, ne prendevo uno e lo leggevo ad alta voce, mentre Elisa faceva i suoi lavori (uncinetto, maglia, ecc...). Certo, io so abbastanza bene l'inglese da fare una traduzione "al volo", potevo anche leggere uno dei tanti racconti di parto in inglese ma non era la stessa cosa, anche tradotti erano cose che capitavano, in genere, al di là dell'oceano (quasi tutti i siti stranieri di vbac sono americani). Mentre qui si parlava di Genova (patrizia), Roma (manuela)... città vicine, che conosciamo. Qualcosa funzionò: specialmente leggendo di parti in casa vedevo che qualcosa si illuminava in Elisa, e, soprattutto, vedevo che cominciava a parlare diversamente del suo taglio per Maria. Ma era ancora troppo poco; se, infatti, provavo a farle considerare un vbac per lei stessa, si barricava dietro ragioni logistiche (abitiamo in Campania dove si fanno solo cesarei o quasi, non troveremo mai un ospedale, non abbiamo i soldi per un'ostetrica...), oppure sognava il parto dei sogni: "Sì, farei un vbac magari in un agriturismo in Toscana..." (c'era un racconto con Polina, mi pare, di un parto in albergo da quelle parti).
NATALE 2007: L'ANNUNCIO UFFICIALE Noi abitiamo vicino Contursi Terme (SA), nella casa lasciata vuota da mio nonno. I genitori e le due sorelle di Elisa vivono vicino Asti e mia madre a Genova. Mia madre con Elisa stanno abbastanza bene insieme, anche perché stanno distanti. Io, invece, con i miei suoceri non ho questa fortuna... i rapporti con loro sono sempre stati un po' freddini per varie ragioni che non sto qui ad elencare. Durante le feste mia moglie e Maria vanno su dai nonni materni. Questa è l'occasione dell'annuncio ufficiale della gravidanza. Siccome mia suocera è molto ansiosa e durante la gravidanza precedente, allo scadere delle 39 settimane, cominciava a tempestarci di telefonate e visite per sapere notizie, consigliai a Elisa di posticipare un pochino la data del parto (7 agosto), giusto per avere un po' di tranquillità. Ma i tempi non erano ancora maturi ed Elisa gliela disse precisa. Racconto questo perché avrà un grande effetto in seguito, quando poi se ne pentì, ma ormai il danno era fatto.
I COLLOQUI CON TERESA DE PASCALE Non era proprio vero che non avevamo i soldi per un'ostetrica. Ecco, magari avrei avuto difficoltà a pagare ostetrica e albergo, magari a Vipiteno o in Toscana, ma solo l'ostetrica era una spesa, sebbene imprevista, abbordabile... Nella lista di parto naturale c'erano le ostetriche consigliate. Non era pensabile che Elisa telefonasse: già di per sé è timida, in più, forse, non ne era neppure troppo convinta. Un'altra volta, come quando mi dovetti presentare in lista, mi feci coraggio e telefonai io al posto suo, all'incirca il 10 gennaio, ad una delle due consigliate in Campania: la De Pascale. Il primo colloquio fu abbastanza lungo. Mi ricordo che mi chiese i motivi del primo cesareo, dove abitavamo... non mi illuse su un parto in casa, sia perché abitavamo distanti da lei sia perché, forse, non faceva hbac. Lei mi disse che si appoggiava all'ospedale Villa Betania di Napoli e che si ricordava che a Lagonegro (PZ) ci fosse un primario pro-naturale. Mi disse ovviamente che era Elisa a doverne essere convinta, che la gravidanza era ancora agli inizi e che, comunque, doveva parlare con Elisa e magari conoscersi un po' prima. Questo era un problema. Non era facile convincere mia moglie a parlare al telefono. Ogni tanto, la sera, provavo a chiederle: "Vuoi telefonare all'ostetrica?", ma un giorno aveva mal di testa, un giorno doveva finire un ricamo, insomma... tentennava.
SUOCERA 1: VBAC IMPOSSIBILE Mentre tentavo di convincere Elisa a chiamare la De Pascale, mia suocera non stava senza far niente. Telefonava ad Elisa dicendole che aveva parlato con cardiologi che le dicevano che la prima volta (per Maria) le era andata di fortuna ma che stavolta ci avrebbe rimesso la pelle, che avrebbe dovuto immediatamente installare un pacemaker e fare un cesareo programmato oppure, se proprio voleva, un parto vaginale ma ovviamente ipermedicalizzato, con un cardiologo costantemente presente durante il travaglio, un equipe pronta a intervenire urgentemente ecc... Io non discutevo (anche perché mia suocera non mi parla), la lasciavo fare, tanto avevo dalla mia la distanza (abitiamo appunto lontani 800 km da entrambi i suoceri) ed il tempo: la gravidanza era appena iniziata. Era iniziata la partita... sebbene a Chieri non avessero tagliato la mia pancia mi volevo prendere una rivincita. Io sapevo che Maria poteva nascere vaginalmente... mi era stato rubato un parto. Volevo riprendermelo. Come negli scacchi non era importante la singola mossa. Era importante avere una buona strategia. Per i primi tempi la mia strategia era condensata in due punti: 1) Far riflettere Elisa sul cesareo passato 2) Trovare una base per farle capire di essere in grado di partorire a discapito del blocco al cuore e del cesareo pregresso. Per il primo punto mi affidai all'ostetrica. Dopo qualche settimana richiamai io la De Pascale e, con tatto, provai a passarle Elisa. Parlarono un altro po'. L'ostetrica le chiese di raccontarle il primo cesareo e le disse che dare ossitocina ad una donna con una bimba piccola (Maria nacque a 2.370 g.) era da scriteriati ed ovviamente andò in sofferenza fetale. Riguardo alla possibilità di essere "assunta" da noi, anche con Elisa, sembrava non molto disponibile. C'è da dire che la dpp in agosto era un po' "sfortunata", certamente un'ostetrica vorrebbe anche farsi le sue ferie... e, forse, al momento non le sembrava che Elisa fosse veramente convinta riguardo ad un vbac, tantopiù che le disse di ritelefonarle verso la fine di febbraio e magari di fare due chiacchiere incontrandosi a metà strada. Siccome noi abitiamo vicino alle Terme (Contursi Terme) lei disse che aveva intenzione di fare un corso di acquaticità per donne incinte per la primavera successiva e ci chiese di prendere informazioni su un albergo economico. Questa possibilità di incontro era una scusa per poterci sentire altre volte. Alla fine non se ne fece nulla, ma Elisa cominciò a dubitare della necessità del suo primo cesareo. Prima era nella fase del: "HO SALVATO MIO FIGLIO, PER FORTUNA IL MIO GINE HA DECISO!", adesso era sulla via di pensare: "Be', però, se avessero aspettato un pochino magari l'avrei partorita da sola!".
LAGONEGRO Siccome l'ostetrica non si decideva a darci un appuntamento (magari non solo per ragioni sue) decidemmo di provare a trovare un ospedale. Facemmo l'ecografia morfologica il primo aprile a Lagonegro (PZ). L'eco andò benissimo, ma il gine ci disse che lì un vbac era da scordarselo. A meno di... presentarsi in ospedale spingendo. Questa cosa la disse ridendo ma non tanto scherzando... non so come spiegare... sembrava come dirci: "se ve la sentite...".
CASTELLAMMARE Dopo il primo aprile passai alcuni giorni a telefonare sistematicamente a tutti gli ospedali nelle vicinanze. Trovai Castellammare. Siccome avevamo appena fatto l'eco a Lagonegro non era il caso di ritornarci subito. Per cui aspettammo un poco. Nel frattempo continuavo a frequentare questo forum e a seguire i parti di attualità. Devo dire che rimasi molto colpito dal fallito vba2c di bimba nemi. Non tanto perché, pur essendo seguita da un'ostetrica, non aveva avuto successo (questo era anche capitato a Girasole per il vba2c fallito sempre a Roma), ma perché il suo travaglio sembrava non essersi mai avviato. Questa era una sconfitta diversa, "a tavolino", in pratica, pur facendo il possibile, si poteva anche perdere senza neppure scendere in campo, semplicemente perché il corpo della donna non entrava in travaglio, o per cause fisiche o mentali... ma era proprio così? Su siti inglesi trovai delle donne che partorivano a 43, 44 anche 46! settimane (!!), mi sembravano delle esagerazioni... ma poi queste donne erano "contente", i figli in salute... dove stava dunque il confine? Quale durata si preannunciava per noi? Io pensavo lunga, perché l'ovulazione di Elisa era stata in ritardo, ma quanto più lunga? Ormai Elisa aveva detto il 7 agosto come data del parto, mi aspettavo dunque una processione di telefonate e visite... volevo evitarlo e cominciavo a pensare a modi per isolarci.
LAGONEGRO 2: LA CARDIOLOGA Nel frattempo dovevamo anche pensare al cuore di Elisa. Sebbene intimamente ero convinto che il cuore di Elisa stesse bene era meglio (anche per una questione di tranquillità), fare un controllo. In Campania non c'era posto, per cui andammo di nuovo a Lagonegro, questa volta non tanto per informarci su un vbac (che era impossibile), quanto perché, come piccolo ospedale, aveva tempi di attesa molto ridotti. Andammo il 27 maggio. Incontrammo una cardiologa che, sulle prime, sembrava un po' sconcertata, come se il caso di Elisa fosse sconosciuto. Poi, però, facendo elettrocardiogramma ed eco, non potè far altro che confermare i referti precedenti: blocco atrio ventricolare di terzo grado asintomatico. Elisa le chiese: "Posso partorire?", e lei, con molta flemma: "Se ha partorito la prima volta... partorirà anche questa". Consigliò comunque ad Elisa di fare almeno un Holter.
SUOCERA 2: LA MINACCIA Qualche giorno dopo Elisa ricevette una telefonata quasi minatoria dalla madre (trovate un resoconto anche in "mariti, parenti, suocere..."). In pratica la mamma aveva telefonato a Lagonegro e la cardiologa le aveva detto che Elisa rischiava la vita, che avrebbe dovuto mettere un pacemaker... ecc... Ora, tra noi non c'è motivo di mentire, la cardiologa ad Elisa non aveva detto questo, certo, non aveva neppure detto che stava bene... ma da qui a morire ce ne corre. Semplicemente aveva confermato che c'era il blocco al cuore, ma che comunque non era peggiorato negli ultimi tempi.
UNASSISTED Nel frattempo mi stavo informando sempre di più, soprattutto leggendo siti in inglese. L'idea di provare un parto non assistito c'era nell'aria da tempo, ma era una cosa quasi "canzonatoria", anche Elisa ogni tanto, scherzando, diceva: "Se non troviamo nessuno al massimo lo facciamo qui in casa". Ma sono quelle cose che si dicono così per dire... Invece, dopo quella telefonata di mia suocera, cominciai a essere intimamente convinto che unassisted potesse essere un modo ragionevole per far nascere il bimbo. Non so ben spiegare i motivi razionalmente. Diciamo che cominciavo a pensare che un dottore non si sarebbe mai fidato del fisico di Elisa. Una cesarizzata, con un blocco al cuore completo... chi l'avrebbe fatta travagliare in pace? Troppe variabili. Il precedente cesareo fu fatto per travaglio lento. Quindi, il successivo travaglio sarebbe stato ancora più lento (vbac in genere è lento)... Ci sarebbe voluto un dottore illuminato... e costoso. Ma non lo avevamo a disposizione. Il sito di riferimento è probabilmente: http://unassistedchildbirth.com/ ma ce ne sono poi tantissimi altri. Non solo, c'è un gruppo su yahoo dedicato proprio a parti non assistiti dopo cesaro. UBAC. http://health.groups.yahoo.com/group/UBAC/ E' un gruppo molto "impegnato" e forse "difficile", perché molto drastico in certe scelte. Però è una miniera di informazioni, utili anche se non si vuole poi seguire quella strada.
UC come anticamera dell'UP Una delle scelte "drastiche" del gruppo riguarda anche il fatto che non solo è possibile un "parto non assistito" (UC, unassisted childbirth), anche dopo un cesareo, ma anche una gravidanza non assistita (UP, unassisted pregnancy), ossia senza controlli medici. Il grado di unassisted naturalmente è variabile. Ci sono le persone che proprio, dalla prima all'ultima settimana, non fanno *nessun* controllo, al massimo giusto la pressione ed un test di gravidanza per dimostrare di essere incinte (per questioni legali/assicurative). Altre che magari fanno solo un'ecografia morfologica... altre qualcosa in mezzo. UP significa in pratica che è ciascuna coppia (e non il ginecologo) a decidere il grado di assistenza ideale per ciascuna gravidanza. Non è il medico che ti prescrive gli esami, ma sei tu che vai dal medico per farti prescrivere gli esami che ritieni giusti. Era una scelta difficile. Rischiosa. Ma dentro di me cominciavo a mettere insieme le tessere del puzzle. "Se non ci sono controlli", mi dicevo, "evidentemente non ci possono essere cesarei". Meno controlli = meno possibilità di un secondo taglio. Questo significava, ovviamente, rischiare qualcosa. Trasferire una parte del rischio da Elisa al bimbo in arrivo. In effetti il cesareo è proprio questo: un modo di partorire che in genere è fatto per il bene del bimbo e non della madre. Scegliere un vbac significa essenzialmente riportare il rischio sul bimbo, così com'è in Natura (dove in genere, se deve scegliere, fa morire il bimbo e non la madre). Scegliere UP significava massimizzare la possibilità di un VBAC a discapito del bimbo. Io guardavo la pancia di Elisa sempre più grossa e dicevo mentalmente al piccolo: "Tu di qua esci solo di sotto, per cui regolati di conseguenza" Dead or alive.
VBAC O MUERTE! Ma questi pensieri, all'epoca, li tenevo solo per me. Li stavo maturando, ma all'esterno, con Elisa, mi comportavo come al solito. Avevamo prenotato l'ecografia della trentesima settimana a Castellammare, il 16 giugno. Quella divenne poi l'ULTIMO nostro contatto con un medico prima del parto del 22 agosto, ma all'epoca non lo immaginavamo. Andammo al controllo e incontrammo la famosa dottoressa del segmento uterino (quella che poi visitò anche minnye76). Quella visita fu buona, ma cominciai a capire il senso profondo della scelta UP: quella dottoressa mi diceva che la gravidanza di Elisa andava bene, ma questo già noi lo sapevamo. Era totalmente inutile o, meglio, dannosa, perché ci metteva in testa dei problemi (lo spessore della cicatrice), che sapevamo non essere tali... parlava di "insufficienza placentare" (perché il bimbo aveva perso una settimana di crescita dall'ultima eco)... non ci allarmava, ma era sempre una pulce in più nell'orecchio. Ci voleva rivedere per il 15 di luglio. Dicemmo di sì... io ero ancora convinto di ritornarci... pensavo all'UP, ma non potevo decidere io per Elisa... e poi UP l'avrei considerato diciamo verso la 38esima, giusto per evitare gli ultimi controlli, quelli che più facilmente portano a cesareo. Nel frattempo vennero a trovarci i miei suoceri. Da quel momento io non scrissi più pubblicamente su questo forum riguardo ad Elisa perché, dai loro discorsi, sembrava che ne sapessero l'esistenza ed avevo paura che mia cognata lo leggesse. Adesso non ho più questa paura, perché "cosa fatta capo ha" e quindi lo posso scrivere: dopo quella visita (in cui praticamente mio suocero mi minacciò di andare per vie legali se ad Elisa fosse successo qualcosa), sia io che Elisa scartammo Castellammare. Questo perché la madre di Elisa ci andò e noi pensammo (non so se giustamente o meno) che lo fece per preparare i dottori a tagliare Elisa appena arrivata. Questo sospetto si rafforzò quando Elisa disse a sua madre: "Io non voglio un altro taglio!" e la madre le rispose: "Ma non sei tu a deciderlo!", come per dire che, una volta in ospedale, sei costretta a fare quello che ti dicono... in più le disse: "Ma tu a Castellammare non hai detto del tuo blocco al cuore!" (questa è la verità, ma come faceva a saperlo? Probabilmente aveva parlato con la dottoressa che aveva visitato Elisa...). Quindi Castellammare era "bruciato". Non me la sentivo più di andarci e neppure Elisa. In più stavo sempre più documentandomi sulla strada unassisted. C'erano delle statistiche su un sito di parti non assistiti. http://www.unhinderedliving.com/stats.html " C-sections required .99% (2 out of 201) This is less than 1% Hospital C-section rate averages 22 to 25% " In pratica, su 201 tentativi di parto non assistito, ci sono stati solo 2 cesarei. Una percentuale di successo rimarchevole. Qui si trattava insomma di scegliere fra una possibilità su quattro (25%) di cesareo, come a Castellammare, e una possibilità su circa 100 (1%). Certo, era una scelta difficile... ma era l'unica che massimizzasse le nostre chance. Era una scelta difficile sia per il cesareo pregresso, sia per il cuore di Elisa che, sebbene in salute (anche l'Holter diede un risultato neutro), non era "normale". Comunque l'idea era quella di fare il travaglio in casa e poi presentarci all'ospedale di Oliveto (quello più vicino a noi, un ospedaletto di provincia) giusto alla fine, così come ci aveva suggerito il ginecologo di Lagonegro. Se poi capitava di fare tutto in casa... be', pazienza, ci stavamo attrezzando. Il Vbac stava diventando una questione importante. Era come un bersaglio da colpire a qualunque costo. Bisognava togliersi da ogni impiccio e pensare solo all'obiettivo. Dovevo diventare freddo e sottile, come un dardo puntato al centro. Nessun ripensamento e nessuna cessione ai sentimentalismi. vbac o muerte, appunto. A questo punto qualcuna potrebbe notare una vena ipocrita in questa frase. Del resto, la muerte eventuale non era la mia. Era come dire: "Armiamoci e partite!". Sì, me ne rendo conto. La "muerte" è da intendersi nel senso di: non lasciare nulla al caso. Studiavo e ristudiavo i racconti di vbac falliti e riusciti, sia in Italiano qui su questo forum che in Inglese. Questo per cercare degli spunti di riflessione. Per non farla troppo lunga diciamo che arrivai alla conclusione che un vbac può essere questione di fortuna... ma affidarsi alla fortuna non garantisce nulla. Le cose basilari per massimizzare le chance erano, secondo me: 1) Farsi vedere il meno possibile dai dottori ed anche dalle ostetriche! 2) Non ricoverarsi in ospedale senza un travaglio avviato. 3) Rifiutare qualunque intromissione, fosse pure naturale, per velocizzare le cose (agopuntura, scollamento, ricino) almeno fino alle 42 compiute, meglio 43. Per non parlare di quelle artificiali (gel, palloncini, ossitocine ecc...). In pratica starsene in casa buoni buoni. E non farsi vedere da nessuno se non in emergenza. "In casa non ti possono tagliare", dicevo scherzando ad Elisa. E' per questo motivo che, dopo quella visita del 16 giugno, decidemmo di ritirarci dal mondo medico. Ero convinto che questo servisse ad Elisa per arrivare all'autocoscienza del pupo. Doveva imparare a sentirselo dentro, vivo. Il cardine del parto non assistito è: "La donna comanda" (The woman is in charge), ossia la donna SA come partorire e SA se c'è qualcosa che non va... deve solo collegarsi al suo istinto. Per collegarsi al suo istinto bisogna toglierle gli accessori tecnologici, fosse pure un semplice stetoscopio per sentire i battiti. Figuriamoci poi cose complicate come livelli di liquido amniotico, placente che invecchiano, segmenti uterini stretti e tutte le diavolerie che possono tirare fuori per tagliare una pancia. Le facevo fare esercizi di "autocoscienza". Quando il bimbo si muoveva le dicevo: "cosa si è mosso? un piedino? Una mano?". Mi diceva: "non lo so.". "Ma cosa senti in alto? Una testa o un sedere?". "Non lo so."... ma, dopo qualche settimana, cominciava a rispondere diversamente. Era più in contatto con il suo utero. "Si è mosso un piedino.", mi diceva. "Ho sentito la testa girarsi in basso". Avevo bisogno di questo contatto primordiale, senza di quello non avrei rischiato un travaglio non assistito. Dovevo essere certo che il cervello di Elisa fosse allenato a capire quello che accadeva là sotto. La regina in contatto con il pedone. Non avevo altri mezzi, certo, potevo comprare una specie di angel care o qualcosa del genere, ma, leggendo i siti di parti non assistiti, ero giunto alla conclusione che quegli attrezzi erano inutili, se non dannosi. La cosa principale era il filo diretto dell'istinto... cuore di tenebra. La fiducia cieca ed assoluta nel meccanismo del parto, nella sua sovrumana complessità. Il travaglio come un evento potente ed inesorabile, alla pari di un terremoto o un uragano. Essere spettatori di un travaglio non assistito significava essere in contatto con la forza bruta della Natura, senza filtri e senza protezioni. Lanciarsi con l'elastico ma senza elastico. Hard core, come si dice in inglese. In contatto con il nocciolo, senza estetismi o razionalità. Senza la presenza rassicurante di un'ostetrica, fosse pure nell'altra stanza, buona buona. Era appunto prepararsi ad un evento fuori dalla portata razionale. Dopo lo studio bisognava entrare nell'oscurità. Viaggiare nel cuore delle tenebre. Dalle quali si sarebbe usciti o vittoriosi o morti. Vbac o muerte, appunto. E, purtroppo, la Natura, se deve scegliere, sacrifica il pedone e non la regina. Scacchisticamente parlando è giusto, ma questo significava essere pronti alla morte del bimbo. Tutti i siti di parti non assistiti lo dicono: "ATTENZIONE! A volte i bimbi muoiono durante il parto.". Questo lo ripeto qui, nel caso qualcuno sia tentato da questa via: scegliere la via "unassisted" significa essere preparati a sacrificare il pedone. In genere non accade, ma può accadere. C'è da dire che chi segue la via unassisted è anche molto religioso (o, meglio, spirituale). Per alcuni bambini è anche "giusto" morire così... fa parte del loro "destino"... della loro storia su questa Terra. Nella stragrande maggioranza dei casi i bimbi vivono, la Natura fa le cose bene, ma... c'è sempre il quid. Un quid di incertezza. Il bimbo può morire, ed in un parto naturale è più facile che accada qualcosa al pedone che non alla regina.
PIANO B Prima di buttarsi nelle tenebre bisognava però garantirsi l'assoluto isolamento. Era inutile sperare in un travaglio non assistito con magari la mamma che ti chiama nel mezzo di una contrazione. Il collegamento alla parte "animale" ha bisogno di silenzio, isolamento, buio. Non era sufficiente per Elisa collegarsi al suo Io primordiale, era necessario anche prepararsi ad un luogo nostro, protetto ed isolato. Segreto. Nel frattempo, il vba3c riuscito di Girasole penso che abbia in qualche modo tolto gli ultimi freni ad Elisa che diceva: "Se lei ce l'ha fatta con 3 cesarei, perché non ce la posso fare anche io con uno solo?". Il discorso non era del tutto corretto, perché non conta il numero di cesarei ma la determinazione, ma era un modo per incoraggiarsi... e non la criticavo. Naturalmente c'era da considerare l'imprevisto sempre in agguato. Accanto al vba3c riuscito di Girasole c'era anche il vbac fallito di tre_maggio_07, malgrado ogni precauzione... Non si poteva ovviamente garantire un successo, ma almeno volevo evitare di fare qualcosa della quale in seguito pentirmi. Siccome dalle telefonate di sua madre sembrava che volesse venire prima del parto qui, questo posto non era più sicuro. Non potevamo rischiare di avere la suocera qui vicino mentre Elisa era in travaglio. Sia perché la suocera, appena la figlia era in travaglio, avrebbe voluto portarla immediatamente in ospedale, sia perché, se la gravidanza andava oltre il termine, avrebbe voluto fare controlli, monitoraggi, ecc... quasi quotidiani, cosa che sapevo era rischiosa, perché qualcosa di "strano" si trova sempre. Fu così che mi venne in mente di andare a Genova. Già mia madre sarebbe venuta in agosto dopo la nascita, le chiesi allora di anticipare e di lasciarci così la casa di Genova libera. Mia madre lavora e non poteva prendere ferie fino al 9 di agosto. Mia suocera sembrava venire il 5. La dpp era il 7. Quindi si presentavano i seguenti scenari: 1) Travaglio prima del 5 agosto. Tutto ok, siamo da soli. 2) Travaglio tra il 5 ed il 9: tutto male. Siamo in balia della suocera e non possiamo neppure lasciare casa perché mia madre non c'è e non c'è nessuno che ci tiene gli animali. 3) Travaglio dopo il 9: tutto ok, fuggiamo a Genova. Rimanevano quei quattro giorni scoperti, proprio a cavallo della dpp. Speravo che Elisa non fosse puntuale. Non chiamai Genova, nessun ospedale. L'idea era quella di fare il travaglio in casa non assistito e poi... o farlo uscire proprio in casa oppure andare in ospedale... comunque l'idea era di non farsi vedere proprio da nessuno prima del parto. UP, appunto. Elisa non era molto d'accordo nell'andare a Genova, una casa di campagna è sempre più isolata di un appartamento in un condominio... si può travagliare meglio, non è casa della suocera... insomma... Elisa avrebbe voluto partorire prima del nove, in modo da evitarsi il viaggio, ma era anche convinta che rimanere qui con sua madre alle costole significava un cesareo quasi assicurato.
ILLUSIONI INIZIALI All'inizio sembrò che Francesco voleva sorprenderci tutti con un parto anticipato e non darci così modo di andare a Genova. A 38+6, il 30 luglio, addirittura, Elisa cominciò ad avere contrazioni semi regolari per tutta la notte. Ma poi al mattino finirono. Da quel giorno, tutti i giorni fino al 7 agosto, dpp, ogni pomeriggio, puntuali, arrivavano le contrazioni dopo pranzo, quando Maria era a letto. Forse la tranquillità del dopo pranzo, forse la voglia di farlo nascere qui liberavano Elisa che però non riusciva a sostenerle e, dopo qualche ora, se ne andavano. A volte arrivavano anche la sera e proseguivano per qualche oretta, fino all'ora di andare a dormire. Le prime volte pensavo: "Be', forse ce la facciamo", ma poi, dopo qualche giorno, cominciai a disilludermi. Anche io, devo essere sincero, non avevo molta voglia di guidare sotto il sole per 900 km... con una macchinina piccola e senza aria condizionata... Certo, Genova è la "mia" città, ci sono nato e vissuto fino a 29 anni. A casa di mia madre ci sono ancora tutti i miei libri, le mie raccolte di fumetti e riviste... insomma... non avevo da annoiarmi. Però era sempre un'incognita. Avevo paura che in qualche modo mia suocera sospettasse qualcosa. Sarebbe stata una beffa, insomma, andare a Genova ed avere la suocera ad Asti, molto più vicina. In pratica sarebbe stato come andare nella tana del lupo. A questo punto, quindi, l'unica mia speranza era quella che la "trappola" per mia suocera funzionasse. Lei voleva venire prima del parto? Ok, qui avrebbe trovato mia madre e non sua figlia! Naturalmente mia madre era a corrente del piano... ma era l'unica. Ed aveva la consegna del silenzio più assoluto. Non doveva dire nulla, neanche al portinaio (che infatti, quando mi vide, fu molto sorpreso!). Per tutte le altre persone qui intorno noi avremmo partorito a Castellammare, come anche per la suocera. Venne il 5 e mia suocera non venne, o almeno non si fece vedere. Io avevo già paura che avesse in sospetto qualcosa, anche se la fuga a Genova era segretissima (oltre a mia madre lo sapevano soltanto alcune donne qui del forum, contattate per mp)... per cui stavo un po' in ansia. Le contrazioni preliminari erano scemate e quindi il viaggio a Genova era quasi certo. Elisa, a malincuore, cominciò a preparare la valigia. Il 9 agosto mattina, sabato, mia madre venne qui. Noi volevamo partire la mattina dopo sul presto. Nel pomeriggio mia madre mi disse: "mah, Lino, c'è una signora che gira qui di fronte al cancello... io l'ho salutata ma non mi ha risposto...". Vado a controllare e non c'è nessuno. Però noto la macchina dei miei suoceri parcheggiata. Loro, però, non li vedo. Torno a casa e lo dico ad Elisa che sembra non crederci. "Be'... non sono così scemo: la macchina la conosco..." vado a prendere una foto passata: "vedi? anche la targa corrisponde!". "Ma allora perché mia madre non mi suona?". In effetti questo è strano. Cioè, stanno lì fuori a fare che? A controllare? Questo è curioso. Ad Elisa arriva una mail della madre che dice: "Ecco, dici un sacco di bugie! Non sei mica da sola in casa!". Questo per dire che probabilmente ha visto mia madre. Questo mi dava speranza... perché significava che la madre pensava che noi avessimo preferito stare con mia madre piuttosto che con lei, mentre invece avevamo chiamato mia madre solo per fare cambio di casa. La trappola aveva funzionato.
FUGA PER LA VITTORIA
La macchina dei miei suoceri rimane parcheggiata sotto casa fino a sera. Poi se ne vanno, senza neppure citofonare o comunque provare a parlare con la figlia. Io vado a caricare la macchina. Cerchiamo di dormire ma non ci riesco ed allora, verso l'una, stufo di rigirarmi nel letto, prendo Maria ed Elisa e ci mettiamo in viaggio. Mi porto dietro il portatile, da mia madre non c'è ADSL ma conto di connettermi ogni tanto con il modem. Giusto per referenza mi ero precedentemente scaricato in locale quattro siti di parti non assistiti, in modo da poterli leggere fuori linea. Questi erano i siti che avevo scaricato e che consiglio caldamente per chi abbia l'idea di tentare la via unassisted: www.birthingnaturally.net www.empoweredchildbirth.com www.homebirth.org.uk www.unhinderedliving.com Oltre a questi c'era il libro Emergency Childbirth che è disponibile sotto forma di pdf sulla lista cbirth (dovete iscrivervi prima). Arrivammo a Genova per le 2 del pomeriggio di domenica 10 agosto (facemmo molte fermate ed andavo piano). Nel frattempo, negli ultimi giorni, Elisa cominciava ad avere le gambe gonfie. Molto gonfie. Elisa di solito ha le caviglie sottili e le gambe "belle" (esteticamente parlando). Ora però quasi la caviglia non si riconosceva. La pressione era sempre Ok, sui 120-60, e sui 50 battiti al minuto, che per lei sono la norma. Anche per questo il viaggio era stato lungo, perché ogni ora mi fermavo per farla camminare un poco, per alleviare un po' il gonfiore.
NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE I primi giorni a Genova furono strani. Da una parte avevo timore di visite all'improvviso, anche se adesso avevo la certezza che mia suocera fosse giù, c'erano le mie cognate rimaste ad Asti. Mia suocera avrebbe potuto mandarne una in ricognizione a Genova. Ma non accadde nulla. Il telefono di casa era muto, ed in ogni caso era in funzione la segreteria e non avremmo risposto. Il cellulare era spento. Eravamo isolati. Unico nostro contatto con il mondo esterno era quella mezz'oretta al giorno in cui mi collegavo in internet giusto per sapere le ultime notizie da Vipiteno per Simona e Claudia e da Monza per Moplotta. Le contrazioni preliminari erano sparite. Dal viaggio a Genova, fino a Ferragosto, Elisa non ebbe più una contrazione. Neppure una. Ed il 14 agosto finiva la 41esima... Stavamo in casa, ad aspettare. Io mi occupavo di Maria, la portavo in giro per Genova che, come tutte le città, in agosto era vivibile, senza traffico ed anche piuttosto fresca, almeno nei parchi. Per chi la conosce noi andavamo sempre a Villa Gruber e l'Acquasola. Mia madre abita vicino alla stazione di Piazza Manin. Facevo il papà a tempo pieno... ma non potevo ignorare che in casa c'era mia moglie che stava per entrare nella quarantaduesima di gravidanza senza alcun controllo da più di due mesi.
PUPP Non è vero che non accadeva qualcosa, purtroppo. Quasi subito arrivati a Genova Elisa cominciò ad avere una specie di "eritema" su tutte le gambe che le dava un prurito pazzesco. Sembrava varicella, ma non aveva febbre. Solo queste gambe gonfie e queste pustolette che non la facevano dormire dal prurito. All'inizio erano solo sulle caviglie, ma poi arrivarono fin alle cosce e alle natiche. Sopra no. Eravamo tentati di andare in ospedale ma volevo tenere duro. Qualunque ospedale le avrebbe fatto analisi, tracciati, ecc..., magari l'avrebbe ricoverata. No... bisognava stare in casa ed almeno escludere a priori qualcosa di più grave. Mi consigliai con la lista di UBAC ed una che si fa chiamare "tigermom" (molto brava) mi disse di andare in farmacia a comprare delle stick per le urine e di vedere se c'erano proteine. Era Ferragosto. Ora, immaginate la scena: un uomo va in giro per il centro di Genova deserto con a fianco una bimba di quasi quattro anni per cercare una farmacia aperta... impresa impossibile. Infatti ne trovai solo una che non le aveva. Il giorno dopo, il 16, sabato, finalmente le trovai alla farmacia proprio a fianco del Duomo (tra parentesi la confezione è da 50 strisce... se qualcuno ne ha bisogno gliele spedisco, ne abbiamo usato solo sei o sette,... una volta aperta durano solo sei mesi...). Il risultato era negativo. Niente proteine, neanche in traccia. Comunque mi ero anche informato su altri siti e sembra che questo eritema abbia anche un nome: PUPPS Pruritic Urticarial Papules and Plaques of Pregnancy http://www.pregnancy-calendars.net/pupps.aspx In pratica è una manifestazione benigna, non associata a eclampsia... le cause sono sconosciute, ma sembra che colpisca più facilmente le donne che aspettano maschi. Riguardo alla cura dice che si possono dare delle creme, ma ovviamente possono dare effetti collaterali... Una volta escluse le proteine nelle urine mi sentivo più tranquillo e dissi ad Elisa di pazientare, perché ormai la gravidanza era alla fine. Ma quanto ancora? Ormai eravamo al 17 agosto... a 41 + 3, e niente stava accadendo... neppure le false contrazioni. Con Elisa ci davamo degli "ultimatum", giusto per star tranquilli. Siccome sicuramente la gravidanza era in ritardo di qualche giorno magari non eravamo a 41+3, ma magari a 40+5, 40+4... pochi giorni che fanno la differenza. Ci eravamo dati come ultimatum il 22 (42+1). A quel punto saremmo andati in ospedale, almeno a fare un controllino. Il viaggio nelle tenebre stava però solo allora per iniziare. Nella notte, per la precisione lunedì mattina alle 3, Elisa ruppe le acque. Chiare, calde, abbondanti. Al mattino aveva già perso un kilo. Come se la Natura avesse qualche segreto meccanismo, una volta rotte le acque il prurito magicamente diminuì, anche se le pustole rimanevano (alcuni segni li ha ancora adesso dopo dieci giorni dal parto). A questo punto incominciò la lunga attesa per il travaglio.
NERVI D'ACCIAIO E' difficile raccontare i giorni 18, 19, 20 agosto. Lunedì 18: Il 18, bene o male, passò tranquillamente. Niente contrazioni, ok, ma il morale era ancora abbastanza alto. Le acque erano appena rotte... Elisa riempiva un pannolino ogni ora. Le dicevo: "Devi bere come due cammelli" e le riempivo il bicchiere. Sulla lista UBAC mi dissero di aspettare pazientemente, che c'erano persone che dovettero aspettare anche quattro, cinque giorni... l'unica cosa importante era di NON METTERE NIENTE dentro la vagina. Tigermom (la stessa delle strisce), mi consigliò di far mangiare ad Elisa molto aglio. Va bene... l'alito era un problema secondario: sia a pranzo che a cena davo ad Elisa uno spicchio di aglio che lei si mangiava nascosto o nella pastasciutta o nell'insalata. Mi dissero di controllare anche segni di infezione, come liquido amniotico puzzolente o febbre. Ma il liquido era sempre chiaro e Elisa fresca. Martedì 19: Alcune contrazioni al mattino. Ma poi nulla. Con Elisa spostammo l'ultimatum a domenica 24. Eravamo in territori inesplorati. Oramai erano più di 24 ore che le acque erano rotte ed eravamo in casa. A 41 + 5. Ogni tanto veniva una contrazione, ma sembrava quasi una beffa, perché ti illudeva che stava per iniziare qualcosa ed invece nulla. Isolati, forse braccati, con Maria che, comunque, voleva la sua dose di attenzione e quindi dovevo continuare a portarla in giro a giocare, ma il pensiero era a casa, con mia moglie con le acque rotte e con il morale tentato... la scorciatoia era lì, su un piatto d'argento. Bastava andare in un ospedale qualunque. Acque rotte da più di 24 ore, nessun travaglio, 41+5... che si fa? Si taglia ovviamente. Nel giro di mezz'ora hai il tuo pupo. Dovevo cercare di mantenere Elisa al di qua di una sottile linea di confine. Il viaggio nelle tenebre richiedeva lucidità e freddezza. Freddo e sottile. Da un lato ero conscio della gravità della situazione, dall'altra non volevo che Elisa mollasse proprio allora. vbac o muerte. Finché riuscivo a farla stare in casa nessuno poteva tagliarla, questo era sicuro, ma dovevo anche fare in modo che fosse LEI a VOLERE stare in casa, perché le forzature, nel parto, sono controproducenti. Quindi cercavo di tenerla su di morale... anche a costo di essere duro o di prendermi sulle spalle qualche (umano) sfogo. Veniva una contrazione isolata? Io non la chiamavo contrazione, la chiamavo "rondine". "E' venuta una rondine?", "Sì", "Be', una rondine non fa primavera.". Si rideva un poco, ma era un riso amaro. Mi informavo. Rileggevo il racconto di bimba-nemi, di un travaglio che non riusciva ad avviarsi e che poi finì in cesareo. D'altra parte, però, leggevo anche di gravidanze lunghe... qui però c'erano le acque rotte... non potevo andare troppo in là. Il mio ultimatum era lunedì 25, una settimana di acque rotte. Se entro il 25 non fosse successo qualcosa avrei dichiarato la sconfitta. Forse effettivamente c'era un problema. Magari quelle contrazioni preliminari avevano evidenziato un problema ed il corpo di Elisa si rifiutava di travagliare... chi lo sa? Senza la rassicurante striscia di carta di un tracciato o il monitor di un ecografo chi poteva sapere esattamente cosa stava accadendo lì dentro? Elisa mi diceva che il bimbo si muoveva e stava bene. Ormai era brava a stare in contatto con lui, mi fidavo. E' per questo che la spingevo ad aspettare, a non cedere. A liberare la mente e a crederci. Alla sera ci fu un messaggio in segreteria. La madre di Elisa che diceva: "Elisa, fatti sentire! Altrimenti provvedo!". Braccati. Forse avevano capito dove eravamo. Del resto noi ci eravamo isolati... ma erano passati ormai dieci giorni dalla fuga alle due di notte. I miei suoceri avevano avuto tempo di organizzare le contromosse. Presi la macchina e la parcheggiai molto più lontano dal palazzo di mia madre, in casa non accendevamo le luci che davano sulla strada... isolati e soli. Con il pensiero che, da un momento all'altro, i miei suoceri suonassero al campanello. E un bambino che non si decideva ad uscire. Mercoledì 20, 41 + 6. Dalle 4 alle 7 del mattino ci furono delle contrazioni ogni 10 minuti. Regolari e abbastanza forti. Io mi ero quasi illuso. Dicevo: Be', ora ci siamo... Elisa abbastanza su di morale, sentiva il bimbo muoversi. Erano ormai 48 ore dalla rottura delle acque, mi dicevo che era ora. Ed invece... ci alziamo per far colazione. Si alza anche Maria... e... tutto finisce. Cioè, non proprio finisce... ma il travaglio si dirada... ogni 20, 30 minuti. Poi ogni 50... poi nulla. Elisa cade in depressione. Il prurito le era anche ritornato... non aveva quasi dormito. Dice: "Io ce l'ho messa tutta, pazienza", si mette a piagnucolare. Io quasi mi altero, ma internamente sono agitato quanto lei, le dico: "No. Non ce l'hai messa tutta, può darsi che il tuo corpo ha bisogno di più tempo... lo senti il bimbo?", "Sì, lui sta bene, sono io che non sto bene.", "Allora devi ancora aspettare. Qui non c'è la funivia, devi camminare con le tue gambe!". Le facevo l'esempio di quando ero uno scout. Quando camminavamo su per le montagne era più dura quando sopra di noi c'era una funivia, perché sapevi che, solo volendo, c'era una scorciatoia, mentre nelle salite senza funivia camminavi più volentieri, perché non c'era alternativa. Così in questo caso: a casa non c'era funivia, non c'era sala operatoria, non c'erano scorciatoie. Il parto era nudo e crudo. Lungo e buio. Le tenebre si stavano facendo veramente fitte e non si vedeva alcuna luce. Questa ulteriore falsa partenza aveva buttato giù anche me, ma non potevo farlo vedere. Dovevo essere un buon "coach" e un buon "coach" deve sempre essere positivo, anche quando la partita sembra persa. Cercavo un compromesso, ormai arrivare al 24 era improponibile, cercai però di guadagnare almeno uno o due giorni. Arrivare ad almeno 96 ore dopo la rottura delle acque. Presi una foto di Maria e la fissai sullo specchio in sala. Dissi ad Elisa: "Tu sei in carica... tu hai in mano il bottone rosso per andare in ospedale. Non ti voglio forzare, ma ti posso solo consigliare. Siamo arrivati fino a qui. Non cediamo solo per sfinimento. Questo è il tuo bottone rosso:", indicai la foto di Maria, "se vuoi andare in ospedale rovescia questa foto ed io non ti chiederò spiegazioni. Vuoi ora restare a casa?", "Sì", "Te la senti veramente?", "Sì", "Ok, aspettiamo". Il fatto che Elisa avesse in carica il "bottone rosso" era già scontato. Ma ricordarglielo, così, esplicitamente, funzionò. Era come se una persona nel deserto sta morendo di sete. Il fatto di sapere che, solo schiacciando un pulsante, arriva il carrello dei gelati, gli fa sopportare meglio la sete presente, perché sa che ha in carica la sua sofferenza. E comunque io ottenni almeno altre 24 ore di tempo, il che era vitale. Cominciavo anch'io ad appellarmi alla religione o a qualcosa del genere. Lo chiamavo il Dio degli uteri e delle ovaie. Non poteva abbandonarmi così. Non doveva soprattutto far superare la linea di confine a me o ad Elisa. Dovevamo essere lucidi fino alla fine. Non cedere ai fantasmi delle tenebre. Eravamo arrivati al nodo cruciale del parto unassisted, ossia alla coscienza di un termine fra il razionale e l'irrazionale, fra l'umano e l'animale. Hic sunt leones. Non potevi comprendere razionalmente quest'attesa. Aspettare, senza alcuna rassicurazione, delucidazione... certo, c'erano i racconti degli altri... anche altri erano entrati in questo cuore di tenebra e ne erano usciti... ma erano altri, non eri tu... non c'era alcuna garanzia che tu ne saresti uscito vivo. O senza traumi, senza tragedie. Hic sunt leones, appunto. Sono territori inesplorati e paurosi. Anche adesso, mentre scrivo queste righe, anche se ho qui a fianco Francesco ed Elisa in salute, sento quei momenti, la potenza animale di quelle ore, quell'attesa snervante, angoscia pura e non poterla esprimere, perché Elisa doveva essere rassicurata e non impaurita. Tenerti tutto dentro, nascosto nel profondo, e proseguire.
FRENO A MANO Giovedì 21: 42+0 La mattina fu veramente disperante. Come il giorno prima ci fu un travaglio di circa 4 ore. Regolarissimo, addirittura ogni 6-7 minuti. E poi, dopo colazione, appena Maria sveglia, quasi calma piatta... non proprio come il giorno prima, ma sempre ogni 20-25 minuti... come se Elisa avesse il freno a mano tirato da qualche parte. Ce l'avevo con il Dio degli uteri e delle ovaie. Mi aveva ingannato. Elisa era depressa, erano più di 72 ore dalla rottura delle acque. Ma non potevo cedere. Mi rendevo conto che oggi era l'ultimo giorno, Elisa stava per superare quella linea sottile. Il confine fra il fidarsi di se stessa e il fantasma della propria incapacità, come se il suo fisico fosse incapace a partorire. Non potevo uscire con Maria... dovevo star vicino ad Elisa ma Maria voleva anche la sua dose di attenzioni... è una bimba vivace, nessuno che ce la tiene... Passai la mattina fra la sala e la camera da letto. Contavo i minuti. Quando passavano più di 15-20 minuti fra una contrazione e l'altra obbligavo Elisa ad alzarsi, con le sue gambe gonfie, lei protestava, io insistevo: "Non puoi cedere ora!", "Tanto è inutile! E' inutile! Non partorirò, non partorirò". Era sul confine. Nei giorni passati avevo ormai capito che c'erano dei movimenti, delle posizioni che, per Elisa, facilitavano le contrazioni. Una era quella sul water. Per cui la facevo bere tanto e poi le dicevo di andare a far pipì. Sul water aveva in genere la sua contrazione. La sua "rondine", come la chiamavo. Poi ritornava a letto. Passai tutta la mattina così... con un occhio a Maria ed uno all'orologio... qualunque cosa fosse, rondine o non rondine, travaglio o meno, era il mio ultimo miraggio. Non dovevo lasciarlo morire. Mangiammo... e, cosa curiosa, dopo pranzo invertimmo i ruoli. Io diventai depresso. Ormai già mi vedevo sconfitto, Maria a nanna... ed Elisa, senza Maria, rilassata sul letto, cominciava ad avere contrazioni più regolari. Fino alle 4, circa, non ci credetti, pensavo che fosse semplicemente uno strascico della mattina... ma poi, senza farmi vedere, cominciai a segnare su un foglio le contrazioni, ed anche, indicativamente, la loro intensità. Non avendo un tracciato, mi basavo sul "sonoro" di Elisa. Ecco un sunto di questo foglio che ho conservato. 16:05 ++ 16:10 + 16:13 0 16:17 ++ 16:20 - In pratica Elisa aveva una contrazione forte seguita da due leggere... le forti erano più o meno intervallate da circa 10-12 minuti. Cominciavano a seguire un pattern... ma la cosa fondamentale era il morale di Elisa. Era serena. Anzi... era lei che mi vedeva andare avanti e indietro fra la cucina e la camera da letto e mi diceva: "Stai calmo, va tutto bene, ora ci siamo." Non volevo illudermi un'altra volta, ma sembrava travaglio vero. Le contrazioni non andavano via, ma diventavano, anzi, più potenti. 17:03 ++ 17:10 ++ 17:15 ++ 17:18 ++ Non c'erano più "meno", ma solo "più", solo contrazioni buone. Anche se, quasi sempre, solo di schiena. Maria si era svegliata e, potenza della Natura, sembrava capire che c'era qualcosa in atto e stava più buona. Le avevo dato i miei Lego di quando ero piccolo e giocava buona in sala. 18:00 ++ 18:12 ++ 18:20 ++ 18:27 ++ Io ad ogni contrazione dicevo ad Elisa: "Come ti senti?", "Bene!", "Il bimbo si muove", "Sì, molto", "Vuoi andare in ospedale?", "Non chiedermelo più", diceva quasi da arrabbiata, "te lo dico io se voglio andarci. Ora voglio stare qui". Era ridiventata forte. Ce l'avevo fatta, qualunque cosa fosse successa dopo almeno questo sarebbe stato un successo: rendere mia moglie consapevole di poter almeno travagliare... se non partorire. Ormai si vedeva, era inarrestabile. Era incominciato il viaggio vero e proprio, dopo cena e dopo aver messo a letto Maria, per le 21, con contrazioni sempre ogni 7-8 minuti, eravamo pronti per entrare nel vivo del viaggio.
CUORE DI TENEBRA Il periodo fra le 21 e le 23.30 fu stabile. Contrazioni molto potenti, non molto ravvicinate, sempre almeno 6-7 minuti, ma puntuali. Alle 23.30 cominciò a cambiare il registro. Contrazioni più vicine. Più dolorose. Elisa urlava. Io che non potevo capire a che punto eravamo. Non volevo mettere dita dentro... paura di infezioni, di magari trovare una situazione ancora distante e quindi di demoralizzare Elisa... e poi comunque avevo letto che non serviva molto fare degli esami vaginali. Il progresso del travaglio era anche emotivo. Osservavo bene Elisa, le sue reazioni. Cominciava ad essere insofferente, a dire: "basta, basta!". Cominciarono i tremiti. All'inizio poco evidenti. Ma in pochi minuti le gambe di Elisa tremavano vistosamente, il suo viso, durante una contrazione, era trasfigurato. Sentivo anche il mio corpo cambiare. Tenebra. Noi uomini non abbiamo contrazioni ma sentivo in circolo come un eccitante. Augmented reality. Dev'essere così un trip di droga. Mi sentivo più forte, più agile. Avevo le narici dilatate, sentivo appunto il cervello sottile, eye contact. Gli occhi di Elisa con le pupille enormi, da animale. Bare to the metal. This is the dance, baby. Dance, baby, dance. Hard core. Pompa adrenalina pompa. io: GUARDAMI!! lei: NON CE LA FACCIO, GESU' GESU' ESCI! ESCI! ahia! ahia! Lei tremava, durante una contrazione era agitata, non capiva. Avevo letto che questa era la "transizione", che in questo momento la donna era fragile, aveva bisogno di supporto. "DON'T LEAVE HER ALONE!", avevo letto. Don't leave her. Don't leave Don't Ora era il mio turno di non sorpassare la linea, dovevo rimanere sveglio e lucido, non lasciarmi impressionare. Non entrare in panico. Lucido. Freddo e sottile. Avevo studiato... ora era il momento di mettere in pratica. Contrazioni una dopo l'altra. Neanche venti, trenta secondi di pausa. E poi subito un'altra ed un'altra ancora. Ma quanto dura questa fase? AHIA! AHIA! AHIA! E se ci sentono i vicini? E se Maria si sveglia? Nei pochi momenti di pausa: "Senti il bimbo?" "Sì, si muove. Ahia, la schiena! Ma quanto dura? Aiuto! La schiena! La schiena! Che male!" Verso mezzanotte e mezza ci fu un po' di pausa. Le contrazioni ritornarono più gestibili. Forse era passata la transizione. Avrei forse potuto controllare internamente, ma non me la sentivo. Mi volevo basare fino all'ultimo all'istinto di madre di Elisa. Finora mi aveva detto che il bimbo stava bene ed io ci credevo. La incoraggiavo, le dicevo che la parte più difficile era passata, che, stando all'osservazione esterna, ormai le mancava più poco... ed infatti, dopo qualche minuto, verso l'una, cominciarono di nuovo le contrazioni per le spinte. ATROCI. Non riuscivo più a calmarla in alcun modo. Urlava e basta. Toccandole la pancia sentivo la morsa dell'utero come ferro. Potente. Veramente sovrumano. Urlava ed urlava, senza pausa.
BOTTONE ROSSO Ad un certo punto Elisa comincia a urlare: NON SENTO PIU' il BAMBINO!!!! NON SENTO PIU', DOV'E'. NON SI MUOVE!!!! NON ESCE!!!!!!! CHIAMA L'AMBULANZAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!! Ecco la linea. Il bottone rosso. Finora Elisa aveva resistito perché era in contatto con il bimbo. Ora, o per il dolore o per altro, aveva perso il contatto e chiedeva aiuto. Io la guardai... e se fosse vero? Se lì dentro, ora, ci fosse un cadavere? COSA stava realmente spingendo Elisa? Un bimbo o una cosa? Avevamo sacrificato il pedone? Toccava a noi, questo cuore di tenebra? Non avevo mezzi per capirlo, nessuno stestoscopio, nessun angel care o altro... e, comunque, a quel punto non li avrei usati. Elisa aveva premuto il bottone rosso. Era nei patti. Non dovevo discutere. A quel punto, LEI COMANDA, questo era il patto fra di noi. Parto in casa OK, ma LA DONNA TIENE IL COMANDO. Quando dice: "chiama l'ambulanza" io ero in dubbio soltanto sul mezzo per andare in ospedale. "sei sicura? Vuoi che ti porti in macchina?" "no. CHIAMA L'AMBULANZAAAAAAAAA!!!!!" Devo dire che anche in quella circostanza mantenni il mio self control: 118: pronto mi dica. io: salve... ecco, io ho mia moglie in travaglio da stamattina... si pensava, ecco, magari di andare in ospedale 118: è a termine? io: Sì, sì... a termine [anche troppo], ecco, ha rotto le membrane qualche oretta fa [quasi 96 ore, imbecille!!!, ma tu non glielo dire] 118: ah, ma con le acque rotte si deve ricoverare! Ma perché non siete andati prima? io: be', ecco, cioè, lei capisce... fino a poche ore fa le contrazioni erano sporadiche, mica si pensava che il parto fosse così vicino [su questo non ho mentito, in effetti fino alle 19 le contrazioni erano ogni 10 minuti circa] 118: quale ospedale vi segue? io: [nessuno].. Ecco vede, non siamo di Genova, cioè siamo venuti qui, ma eravamo seguiti al Sud... abitiamo vicino a Manin. 118: ok, ok... allora andate al S. Martino. Li preallerto già, volete un'ambulanza o andate voi? io: mandateci un'ambulanza. Ecco... se si potesse io chiederei la registrazione di quella telefonata! Deve essere uno spasso sentirla ora che è tutto finito, anche se, lo ammetto, avevo la morte nel cuore nel fare quel numero: già mi vedevo in attesa di fronte alla sala operatoria, con magari il ginecologo di turno che ci dava degli incoscienti. Addio, casa... mi dissi... ci hai protetto finora, ma ora dobbiamo andare.
SCACCO MATTO La valigia dell'ospedale era comunque pronta per ogni evenienza. Maria dormiva profondamente. La presi così com'era in mutande e canottiera. Elisa, malgrado i dolori di schiena, non voleva che venissero in casa in barella e andò con le sue gambe in ascensore. Appena fummo sul portone l'ambulanza era appena arrivata. Erano in 3. Elisa andò subito in barella. Maria mezza addormentata in braccio a me, ancora in mutande e canottiera, i suoi vestiti e le scarpe in mano. L'ambulanza non andò a sirene spiegate, anzi andava tranquilla, come se non fosse un'urgenza, se non per un breve tratto a Brignole (la stazione) per passare un incrocio. Durante il viaggio di circa 10 minuti Elisa continuava ad avere le contrazioni ogni 3 minuti, e continuava ad urlare. La mia paura, che la vista dell'ambulanza e dell'ospedale le fermasse il travaglio, non si realizzò... proprio perché era ormai alla fine... anche se non ne ero sicuro al 100%. Arrivammo al S. Martino. Maria era tranquilla, ancora poco sveglia. Alla porta del Pronto Soccorso c'erano già il ginecologo di turno e due o tre ostetriche o infermiere. Portarono Elisa subito via... io volevo seguirla ma una tipa delle tre mi fermò con Maria perché voleva registrare Elisa. Mi disse che doveva fare il Triage o qualcosa del genere. Io non sapevo neanche cosa fosse. "Nome.?" "Cognome?" "Professione?" Io scalpitavo... pensavo: "Sti qua magari hanno già portato Elisa in sala operatoria dicendole che deve fare un cesareo d'urgenza, avranno già visto il cesareo passato... e sta qui mi tiene qui bloccato". Nel frattempo vestivo Maria, sarà stata anche l'eccitazione o altro, lei non capiva quello che diceva, mi sembrava persino straniera. Alla fine prendo la borsetta di Elisa, prendo la sua patente e le dico: "Senta, può tenersi questa, poi torno dopo... ora devo andare da mia moglie!". "Sì, vada lì..." mi indicò l'ascensore. "Primo piano... al secondo ci sono le sale operatorie!". Meno male, almeno non era ancora là. Vado su. Ma non vedo Elisa. Tutto buio e spento, è il reparto di degenza (come poi seppi dopo), vedo una donna che cammina forse in travaglio, un'altra attaccata al monitoraggio in una stanza con la porta semiaperta. Arriva un'infermiera che mi dice che è bene che le lasci Maria. Ormai è sveglia... di solito Maria non piange per andare con sconosciuti ed anche questa volta non si fa pregare. Mi disse di andare al secondo piano. Io non chiedo nulla di Elisa, forse ho paura di chiederlo, lo voglio scoprire da solo. Vado... e vedo Elisa in barella trascinata... dove? Ma la vedo, per quanto possible, sorridente: "Sta per uscire, mi portano in sala parto.". La sto per seguire, ma un'altra infermiera mi blocca e mi porta nello spogliatoio. Dovete immaginare la scena. Io ero vestito ma si vedeva che non mi ero molto preparato, di sicuro non mi ero pettinato. Avevo sulle spalle la borsetta di Elisa (senza patente), il mio marsupio, la sua borsa dell'ospedale e la borsetta per il piccolo con i primi cambi. Tutto di fretta. Erano probabilmente le 2, avevamo chiamato il 118 circa 30 minuti prima ed ora eravamo già qui. Nello spogliatoio lasciai le borse, mi diede un camice verde e le galoche per i piedi. Ci misi forse due o tre minuti. Quando entrai in sala parto vidi Elisa già accovacciata e la testa che già spuntava. Ma allora a casa, mi dissi, avevamo fatto un bel lavoro. Una delle ostetriche appoggiò il famoso aggeggio per il cuore sulla pancia di Elisa e, per la prima volta da due mesi, risentimmo il battito costante e forte del bimbo. Il pedone era ancora vivo e la regina stava bene, sebbene dolorante. Il resto è poco importante. L'ostetrica più anziana prese le forbici ma le dicemmo di riposarle. Non volevamo episiotomia e devo dire che ci accontentarono senza far troppi discorsi. Il bimbo nacque qualche minuto dopo. In sala parto quindi ci siamo stati probabilmente un quarto d'ora, non di più. Il bimbo ebbe il cordone subito tagliato (lì non vollero sentir ragioni) ma subito dato alla mamma. La placenta fu tirata fuori, un po' naturalmente, un po' tirando il cordone, in altri dieci minuti. Si vedeva che avevano fretta. Dopo capii anche il perché (quella donna in travaglio che avevo visto al primo piano era in attesa e partorì mezz'ora dopo Elisa, quindi avevano fretta di liberare la sala parto). Il bimbo ebbe 9 subito e 10 dopo. 3,3 kg. Nessuna lacerazione. Placenta integra e per nulla invecchiata, malgrado le 42+1. Pedone e regina salvi. Scaccomatto.
EPILOGO
Subito dopo l'uscita del bambino il ginecologo di turno (molto giovane, tipo "giamaica", con capelli ricci, abbronzato), mi chiese gli esami di Elisa. Glieli diedi. "Ma... dopo il 10 giugno non avete fatto un esame del sangue?" "Eh... be', forse li abbiamo dimenticati..." Mi portò nello stanzino accanto, ed anche lì mi fece un altro interrogatorio. Malattie pregresse, motivi del primo cesareo. Venne la dottoressa del nido, altre domande... insomma, mi tennero per circa venti minuti. Poi venne un'altra infermiera dicendomi che Maria cominciava a non stare più buona. La andai a prendere e ci fecero mettere in uno stanzino a fianco della sala parto, con Francesco. Erano ormai le 3. Ci lasciarono da soli anche perché, come ho già detto, erano impegnati a far partorire l'altra donna dopo di noi. Sentivamo le sue urla attraverso la parete sottile. Poi... con le buone mi dissero che Maria non poteva stare qui, che ormai era tutto finito e che potevamo tornare a casa. Stemmo un'altra mezz'oretta e poi salutai Elisa. Erano le 3.30. Non c'era nessuno all'uscita dell'ospedale, neppure un taxi. Ma, tra l'altro, avevo una quantità di adrenalina in corpo che dovevo scaricare in qualche modo. Non avevo voglia di tornare a casa in macchina. Dovevo in qualche modo scaricare la tensione positiva. Riflettere. E così mi presi Maria a cavallo e tornai a casa a piedi, circa 4 km dal S. Martino a via Burlando... per chi conosce Genova feci via Torti, Terralba, Martinez, Corso Sardegna, Corso De Stefanis, Stadio, Via Bobbio e poi via Burlando con delle scalette. Erano le 4 del mattino, c'era un bel fresco e una bella luna. Avevo la sensazione di avere terminato qualcosa di grande. Qualcosa da ricordare.
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