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C'è stato un incidente PDF Stampa E-mail

Pubblichiamo un racconto sull'esperienza di un papa' in sala parto. Chiunque volesse pubblicare il racconto della propria esperienza puo' inviarlo a Babbocanguro

Ero contrario ad andare in sala parto, quando Daniela aspettava Luca. Ne ho parlato spesso, prima, usando come sempre e volentieri i toni paradossali che amo premettere alle mie elucubrazioni fumose. Non sopportavo, essendo gravato di un ego alquanto ipertrofico, di essere semplice spettatore di un evento tanto centrale alla mia stessa storia umana. Dico spettatore come a dire elemento esterno, non partecipe, non determinante a mia volta. Forse, come dice Daniela quando mi prende in giro, avevo solo paura del suo "potere". Certo e' che in sala parto si poteva palesare, e di fatto e' apparsa, l'icona della Dea Madre e Distruttrice. L'Evento della Creazione era dinanzi a me, e insomma, io non avevo molto da dire e fare in proposito. Niente, non ne volevo sapere. Dicevo, ma a che servo alla fine? E poi non sopporto di vederti soffrire, so che avrei reazioni sbagliate, inopportune, sarei di peso piuttosto che d'aiuto. Le ho provate quasi tutte, poi naturalmente ho ceduto, e insomma, ora posso dire, c'ero anch'io. Quando pochi giorni fa Daniela mi ha chiesto di raccontare cosa e' stata per me quell'esperienza, ho pensato di essere utile ai papa', piu' che alle altre future mamme, che stanno per entrarci in quella sala. Questo coerentemente con quanto e' stato il mio pensiero in proposito: noi papa' abbiamo poco da dare e da fare, anche se ora Dani dice che sono stato utilissimo, perfetto eccetera. Credo che l'amore la accechi, ma va bene cosi'. Dunque, vediamo se riesco a procedere con ordine. Cosa significa assistere alla nascita del proprio figlio? Come e' essere li', in sala parto? Ecco, io non lo immaginavo, non potevo immaginarlo, ma ora che ci sono passato posso dirlo, ai papa'. E' come un incidente ferroviario. Una tragedia, una situazione gravissima e tragica. Immaginatevi di trovarvi testimoni (illesi) di uno spaventoso incidente ferroviario. Tutto intorno a voi e' confuso, allucinante, parossistico. Siete in un luogo pieno di ferri contorti, gente che urla, ma quello che e' peggio, pieno di feriti. Avete di fronte a voi quello che il mondo ha di peggiore: sangue, brandelli di parti umane, facce di persone care stravolte che strabuzzano gli occhi in preda allo shock. Ecco, dite, e' come in un brutto film, ma ora e' vero, e tocca a me. A questo punto, ci sono due cose che potete fare. Potete chiudere gli occhi, voltare la testa, e fuggire lontano dall'incidente. In fondo essere eroi non dovrebbe essere obbligatorio, e quello che avete davanti ai vostri occhi e' piu' di quello che e' umanamente sopportabile. Oppure, inevitabilmente, decidete di restare. Siete Uomini, e un Uomo si vede in questi frangenti. Non potete lasciare che sia, restate, per vano chi sia il vostro aiuto, intervenite, sorreggete i feriti, sollevate i seggiolini contorti, pulite il sangue dalle ferite, assistete i dottori e le infermiere, e piano piano trovate la forza per raccogliere parti di membra disseminate tra i vagoni, e capite che e' necessario essere cosi', stoicamente forti, perche' altri non lo sono e hanno bisogno di contare su di voi. Eppure non siete voi i piu' forti, vi rendete conto. Chi soffre sta passando una prova peggiore della vostra. E' per questo che e' anche eticamente giusto stare li'. Quando, i primi giorni che frequentavamo l'ospedale, vedevo un bel poster con su scritto "il parto non e' una malattia" trovavo encomiabile quel punto di vista. Preparatevi a veder rapidamente smentita quell'affermazione velleitaria. Si partorisce in un ospedale. Ci sono i medici, gli infermieri e gli anestesisti. Siete in una corsia di ospedale a dormire, e vi danno da mangiare il famigerato cibo ospedaliero. Ci si sveglia alle sei di mattina, e si cena alle sei del pomeriggio (tipo ospedale, avete capito). Naturalmente si partorisce in una specie di sala operatoria, e quelli intorno a voi che hanno camici e mascherine, e hanno inflitto alla madre di vostro figlio analisi e medicinali vi fanno capire che il parto e' una malattia, e loro si apprestano in qualche modo a curarla. Non vi diro' come ci si arriva, per ogni mamma e' diverso. Vi diro' come e' andata. Nel caso di Daniela hanno stimolato le contrazioni con sostanze chimiche (ma tranquilli, no, non e' una malattia), desiderando anticipare la nascita di nostro figlio. Scelta necessaria. Scendiamo in sala parto nel primo pomeriggio. La sala parto e' un luogo brutto come gli altri, ma apparentemente meno sporco. Mi fanno mettere un camice, per un po' gioco al Dottor Ross in ER, ordino "soluzione fisologica!". Chissa' se a quel punto Daniela si sara' resa conto che e' stato un errore farmi assistere al parto. Ormai e' tardi. Entrando noto una mosca che vola, chiedo all'anestesista se e' normale. Non risponde, ma sento che non mi ama. Nessun dottore ha un atteggiamento cordiale o partecipativo, ne' tantomeno si presenta. Uno, il Dott. Sfigatis, racconta a una collega le sua pene d'amore. Per tutto il tempo non mi rivolgera', mai, la parola. Pure nei giorni successivi, del resto: una rara prova di coerenza, se vogliamo. Io (si, io) ho optato per il parto indolore. Iniziano la pratica per l'epidurale, che preverra' a Daniela gran parte delle sofferenze che toccheranno alle altre, disinformatissime madri pseudonaturopate. Per il pomeriggio e la sera assistero' alle urla lancinanti e alle scene di delirio delle vicine sale parto (intercomunicanti, porte aperte) dove altri padri si aggirano sperduti e, piu' di me, terrificati per il dolore delle loro compagne. Io ho tempo e possibilita' di aspettare con una certa serenita' gli eventi, grazie all'epidurale. L'effetto della prima puntura verso sera tende a svanire, e io chiamo l'anestesista che latita. Ne arriva uno diverso dal primo (nel frattempo i turni erano cambiati) e mi tocca assistera all'epifania di un anestesista che transita per i corridoi tra le sale parto con una sigaretta accesa (disponibile a testimoniare presso qualsiasi Procura). Per ottenere tanta grazia maltratto un paio di infermiere ed un dottore, il Dott. Raccomandatis, che non me la perdoneranno mai e mi prenderanno di punta. Finalmente il Dott. Marlboro riluttante fa la seconda puntura. Si profila all'orizzonte una curiosissima interpretazione del parto indolore da parte del Dott. Raccomandatis: il parto, in realta', e' bene che sia doloroso: l'epidurale non consente le contrazioni naturali, eccetera eccetera. Ah si? E allora perche' si chiama indolore? E come mai altri medici affermano il contrario? E soprattutto: che diamine ne sa un medico MASCHIO di come sono e devono essere queste contrazioni? Mentre il dottore (maschio) parla alcune infermiere (femmine) roteano gli occhi e scuotono la testa. Esprimo il mio fermo punto di vista al medico che esprime il suo odio nei miei confronti. Mi rendo conto dell'utilita' del maschio in sala parto: essere odioso con questi cialtroni esponenti della classe medica. E' ormai sera tardissimo, le contrazioni si fanno sempre piu' ravvicinate, ci siamo. Un'ostetrica si dimostra meglio di cento dottori. Nel frattempo il Dott. Sfigatis continua a chiacchierare, fuori, con colleghi e col Dott. Marlboro dei suoi insuccessi amorosi. Tutto si fa veloce, concitato e parossistico, la motrice esce dai binari e si schianta, i vagoni la seguono, urla, clangori metallici, salvo mio figlio (mio figlio!) strappandolo con le mani al suo destino mentre intorno volano seggiolini e vetri divelti, ma ormai e' fatta, e' salvo, ce l'ho tra le mani e non puo' succedergli piu' niente. Ora che tutto e' fermo ci sono solo le urla dei feriti e l'odore del sangue, accorrono dottori, ma quanti sono?? Intorno a noi dieci- dodici giovanissimi laureandi stanno facendo lezione (all'una di notte??) e loro, solo loro, con gli occhi lucidi, commossi, la bocca aperta mi si avvicinano, una giovanissima studentessa ricaccia le lacrime in gola, mi da la mano, e mi dice "complimenti", un altro compagno di corso, vibilmente emozionato, mi dice "e' un bellissimo bambino" guardando amorevolmente il ferito che ho in braccio. Tutto e' irreale. Il Dott. Raccomandatis guarda con disprezzo i giovani laureandi che si commuovono. Lui, al massimo, si commuove se gli rigano l'Audi. Porto il ferito a fare il bagno. Sta bene, tutto bene. Si addormenta in braccio a me, torno di la'. Il Dott. Raccomandatis sta ricucendo un ferito grave (Daniela) che si lamenta per il dolore. Spiego al dottore che dovrebbe somministrare altra dose di epidurale, Raccomandatis dice che non serve, io dico che se lei si lamenta significa che si, serve. Alla fine si arrende, ritorna un seccatissimo Dott. Marlboro e, opla', il dolore sparisce. Alle due passate giro per i corridoi con mio figlio in braccio, che con un occhio sonnecchia e l'altro osserva sconcertato il mondo. Gli parlo, per la prima volta, e ad alta voce gli dico "Da grande farai l'avvocato. E fionderai in galera quella gente li': li vedi? Si chiamano Medici". Poi stiamo un po' vicini alla mamma. Quando tutti dormono mi rendo conto che e' finita, sono le due e mezza di mattino. Torno a casa attraversando la citta', l'aria fredda sulla faccia mi impedisce di addormentarmi in motorino. E' in quel momento che capisco, bene, cosa e' successo: c'e' stato un incidente. Fiò.

 

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