Home I papà si raccontano Metti a bollire una pentola d’acqua
Metti a bollire una pentola d’acqua PDF Stampa E-mail

Mi sembrava di essere in un film: terzo figlio, contrazioni, chiama l’ostetrica, arriva, visita Valentina, poi mi guarda e dice la mitica frase: "Metti a bollire una pentola d’acqua". Ragazzi, ma io sapevo che non serviva! Lei mi assicura:. "serve sempre!". Volo in cucina ed eseguo l’ordine, poi mi domando se non è il caso di preparare anche il whisky e tenere un coltello arroventato sul fuoco, ma Sergio Leone mi insegna che quello serve solo per estrarre il proiettile, qui c’è ben altro da "estrarre".

Vi sto confondendo vero? Sto delirando? No, devo raccontare un parto, un’esperienza meravigliosa a cui assistere ovunque, ma se questa volta avviene in casa tua, davanti al tuo camino, alla luce delle 3 candele che hai acceso in serata, bhe il racconto non può che essere un fiume di parole ed emozioni difficilmente sintetizzabili su carta.

Siamo al terzo figlio, già dopo il primo (vedi racconto "amore hai rubato dei calzini all’ipercoop") ci siamo resi conto che un ospedale non è un posto adatto ad una donna sana che porta in grembo un bimbo sano.
La società moderna ci porta però a partorire anche per la seconda volta in ospedale, anche se questa volta torniamo a casa la sera stessa del parto, senza passare neanche una notte in ospedale.

Poi passano 3 anni, la nostra economia domestica ci porta ad analizzare l’assistenza a domicilio da parte di un’ostetrica; ne proviamo una, poi un’altra, ed eccola trovata Sara, la nostra ostetrica; organizziamoci.

Belli organizzati per mesi la sera del 31 maggio ci siamo, le contrazioni si fanno serie. Cosciente del compito, accendo le candele e chiamo Sara, abbraccio Valentina ad ogni contrazione e le massaggio la schiena. Mi sembra che il tempo stia passando velocemente, e che noi siamo sempre lì, ma Valentina ha lo scatto di un centometrista, come per la nostra secondogenita Sofia (amore, giuro che scriverò il racconto anche della tua nascita) rompe le acque e partorisce in mezz’ora.

Certo, cosa abbiamo fatto in quella mezz’ora? Primo: Sara chiama la seconda ostetrica, Paola, che comincia il suo viaggio da casa sua (arriverà poco dopo la nascita), io butto un materasso per terra in soggiorno, e Valentina comincia a provare una posizione comoda. Comoda??? Come si fa a dire comoda con una testolina che spinge? Direi allora consona. Ok, la trova SU DI ME. Cioè io seduto in poltrona e lei sulle mie gambe; mannaggia stavolta non lo vedrò in viso quando esce, ma chi se ne frega, Valentina spinge, urla, Sara è tranquilla, ci tranquillizza, "non ti preoccupare appena esce lo prendo" e si mette in posa da portierone di nazionale di calcio, finale dei mondiali, rigore decisivo! Urla, spinta, pluf! Piange, Valentina chiede "come sta?" Sara "Benone", Valentina "E’ un maschietto!!". Piange lui, piange lei, piango io. Lui smette appoggiandosi al seno di sua madre, io continuo. Sono le 2 di notte, Francesco non lo sa, ha due sorelle che dormono beate nella loro cameretta, le conoscerà domattina quando Rachele vorrà vedere se è un fratellino o una sorellina e Sofia gli chiederà "hai fatto buona nanna nel pancione?"

Volendo sintetizzare con una battuta la differenza tra il partorire in ospedale e il partorire a casa vi racconto che in ospedale ti accoglie un medico o paramedico o infermiere che vedendoti spaesato ti tranquillizza dicendo "tranquilla signora, la facciamo partorire noi".
Sara mi ha firmato un certificato di assistenza al parto, ed è quello che ha fatto, ha assistito, lo ha preso in braccio appena uscito, con discrezione, in punta di piedi.

 

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