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Sofferenza fetale PDF Stampa E-mail

Quando qualche medico vi parla di "sofferenza fetale" in genere il parto va a finire in sala operatoria con un cesareo d'urgenza. Se in qualche modo un cesareo è una possibilità che non vi spaventa o non vi deluderebbe, be', questa per voi potrebbe anche essere una formula
liberatoria. Non siete costretti ad assistere e, in circa mezz'ora, vi chiameranno per fare il bagnetto al neonato mentre vostra moglie è ancora con la pancia tagliata nell'altra stanza.

Ma cosa significa esattamente? Nella gran parte dei casi al termine "sofferenza fetale" dovreste aggiungere un "presunta". Ossia il medico di turno, osservando il tracciato, presume che il bimbo stia "soffrendo". Naturalmente il bimbo non parla, non ci fa segno con la mano, non si vede (a meno di essere in fase avanzata del parto, allora si può vedere la testolina quasi che spunta -- non dico i piedi, quelli no, non capiterà quasi mai di vederli (vedi podalico)... magari sta benissimo, ma il tracciato, sulla base della personale interpretazione del medico, è indice di una sofferenza.

Allora, in quel caso, vi fanno capire che il parto per vostra moglie è finito, che ora verranno loro. Comincerà la pantomima, anestesista, infermiere che radono, mettono il catetere, spostano la barella. Nel frattempo il bimbo "soffre". Ma se soffre perché aspettano tanto? A volte tra
il termine "sofferenza fetale" ed il taglio cesareo successivo passano anche una ventina di minuti. Se fosse stata vera sofferenza, uno chiede, poteva resistere il bimbo venti minuti in apnea? No, ovviamente.

Il discorso sta tutto nel "presunta". Il ginecologo non può rischiare, almeno non in questo periodo, con queste leggi. Sareste voi stessi, probabilmente, i primi ad essere arrabbiati con lui se, per evitare un cesareo, aspettasse di vedere una VERA sofferenza fetale e non una PRESUNTA.

Già, perché una vera sofferenza fetale è roba veramente grave ed in quel caso, che spero non vi accada, probabilmente porterebbero vostra moglie dritta in sala operatoria con una anestesia veloce totale ed il bimbo tirato fuori in meno di dieci minuti.

Questa è la differenza fra "presunta" e "vera" sofferenza fetale. Nella prima c'è spazio per agire con calma, spiegare, tranquillizzare, far firmare il consenso informato, ecc... nella seconda non c'è spazio per nulla. Vostro figlio sta per morire. Punto. O si apre subito la pancia o non lo vedrete, o lo vedrete menomato a vita.

Questa è una linea sottile. Ci sono molte linee sottili nel parto, questa è forse la principale. Quella sulla quale vostra moglie, se è sensibile, si roderà per mesi, se non anni, dopo il parto. Quella linea essenzialmente dice:

"Ma mio figlio stava __veramente__ soffrendo?"

Voi sapete, la mamma è la mamma. Nessuna madre, neppure la più fissata con il parto naturale, accetterebbe di proseguire il parto per via naturale sapendo che il figlio sta soffrendo; ma molte madri, magari, non vorrebbero avere questo dubbio.

Il bambino soffre?

Be', chiariamo una cosa secondo me essenziale:

TUTTI I BAMBINI SOFFRONO PIÙ O MENO DURANTE IL PARTO.

Il parto non è una passeggiata per la madre, ma neppure per il bimbo. O, meglio, non è una passeggiata per l'essere ancora duale madre-bimbo. Ricordate, fino probabilmente al distacco della placenta non esistono DUE persone, esiste un essere ancora duale, un sistema madre-bimbo, come due gemelli siamesi... solo che i gemelli siamesi si dividono in sala operatoria, il sistema madre-bimbo si divide tramite il parto (se vogliamo potremmo considerare il taglio cesareo come una specie di divisione forzata dei due gemelli siamesi madre-bimbo).

Ma ritorniamo al discorso "sofferenza". Tutti i bambini soffrono. A nessuno piacerebbe lasciare un posto tranquillo, al calduccio, con un posto freddo, accecante, infido e alieno... e soprattutto farlo passando attraverso un canale giusto di misura, girando testa e corpo spinto contro ossa
del bacino, muscoli e parete addominale da fasce muscolari potenti e ritmiche.

No, a nessuno. Perché dovrebbe piacergli? Non lo sentiamo piangere, non potrebbe farlo, non respira ancora, ma è ovvio che ciò non gli aggradi. Poi, naturalmente, ci sono tutte le teorie, le endorfine, l'ossitocina in circolo (e lui se la becca in pieno attraverso la placenta), il battito della mamma, ecc... be', ma soffre, povero cucciolo. Chiunque trattasse un neonato all'1% di come lo tratta l'utero verrebbe incarcerato subito per violenza su minori. L'utero però lo può fare, è il suo compito: lo deve spingere fuori, e non tanto lentamente (anche se il suo concetto di
lentamente è diverso dal nostro, diciamo non lentamente a confronto dei 280 giorni circa in cui l'ha ospitato).

Ebbene, soffre. E allora?

Che senso ha dire "presunta sofferenza fetale"? È come dire "presunta gelata al Polo Nord". Una tautologia, un qualcosa di aleatorio... non è del tutto falso. Ossia, è vera... ma è questa verità che si presta a tante interpretazioni.

In teoria, ma questo richiede un viaggio iniziatorio, il concetto di base, quello del sistema "madre-bimbo", dovrebbe in qualche modo orientare verso una diversa interpretazione del concetto di sofferenza fetale. Il bimbo, nella pancia, non è ancora staccato.

È una persona _distinta_. Ma non è staccato. Proprio come i gemelli siamesi. Due individui distinti ma attaccati. Questo cosa significa? Significa essenzialmente che, in una certa misura, quel che sente la madre sente il bimbo e viceversa. In qualche racconto di parto scritti da donne,
specialmente quelli di parto in casa, si sente chiaramente questo lato "plurale" del parto.

Il concetto che dovrebbe essere chiaro è che, se la madre è allenata, dovrebbe riuscire a capire da sola se il proprio cucciolo sta soffrendo "tanto" oppure "poco". Questa sofferenza fetale, quindi, da dominio del dottore dovrebbe diventare dominio della mamma. Ma c'è molta strada da percorrere.